Bandito

fedayn_murales

Se pure arrivasse James Rodriguez, sarebbe comunque il secondo “Bandito” più importante nella storia del Napoli.

Il primo, oggi, compie 50 anni.

La più bella del mondo

Maglia Napoli Mars

Tutta azzurra.
Coi numeri bianchi.
Senza pixel, pantere, strisce, denim e camouflage.

La più bella del mondo.

Vogliamo la nostra maglia!

Maglia_Napoli_2019-20

Le voci e le immagini circolate settimane fa erano vere.
Purtroppo.
Dopo la pantera dell’anno scorso, completamente priva di ogni riferimento storico o culturale al Napoli e a Napoli, si è stati capaci di peggiorare la situazione.

– Ma perché, mica è brutta sta maglietta!

Preveniamo l’obiezione.
A noi non ce ne fotte se è bella o brutta, perché ognuno ha i suoi gusti. Noi ci limitiamo a dire che questa NON È la maglia del Napoli.
I pixel, il camouflage, i corn ‘e chi v’è vivo… tutte puttanate, che rispondono a logiche mercantili e pubblicitarie.
Logiche che non ci appartengono e che contrastiamo.

Se si vuole sperimentare, esiste la terza maglietta. Quella possono farla verde, bicolore, a pois, chi se ne fotte.
Ma la prima deve essere TUTTA AZZURRA, senza ghirigori, coi numeri bianchi.

Sappiamo bene che questa è una battaglia di retroguardia, che ha più avversari che sostenitori.
Siamo consapevoli che il mondo del Calcio è pronto a sotterrare tradizioni, loghi, colori sociali sull’altare del Mercato.
Sappiamo anche che molti coglioni sono pronti a spendere centinaia di euro per queste cagate, e se qualcuno fa notare loro la stronzata che fanno, si innervosiscono.

Ma noi siamo fatti così.
Legati alla Tradizione che non puzza di conservatorismo.
Il nostro pensiero è OPPOSTO, difficilmente riconducibile alla prassi del Sistema Calcio.
E continuiamo a dirlo, anche se la nostra voce rimarrà isolata.

Il gol del secolo… è la Mano de Dios

Mano de Dios

Oggi, 33 anni fa, veniva segnato il Gol del Secolo.

No, non parlo dei dodici tocchi coi quali Maradona scartò pure la Thatcher prima di gonfiare la rete inglese.
Per chi ama il Calcio, quello è il Gol del Secolo.

Per chi ama il Pallone, per quelli come me, il Gol del Secolo era stato segnato qualche minuto prima.

In quello c’era talento divino, dribbling, velocità, tecnica, freddezza.
In questo c’è cazzimma, grinta, vendetta, sangue sulle bandiere, antimperialismo, libertà.

Il Gol del Secolo, per gente come me, è la Mano de Dios.
Segnato oggi.
33 anni fa.

Scusaci, Raul

Raul Albiol2

Scusaci, Raul.
Anche se non dovremmo essere noi a chiederti scusa, ma quel cafone che ha l’onore di essere presidente del Napoli. Onore del quale non può rendersi conto, affogato dal suo ego smisurato.

Le scuse te le facciamo noi al posto del proprietario del Bari.
Sentire che un professionista serio e umile come te ci fa “solo una cortesia” ad andare via da Napoli e a tornare in Spagna, è un cazzotto nello stomaco. Il calcio dovrebbe premiare giocatori come te, esempio per i giovani scugnizzi che cominciano a calpestare gli sconnessi campi di gioco e a sognare di poter indossare un giorno la camiseta azul.

In un’epoca in cui i calciatori fingono depressioni pur di accasarsi da altre parti, oppure fuggono di notte e vanno a fare le visite mediche all’estero, o addirittura mandano in avanscoperta procuratori e mogli, un giocatore che chiede semplicemente di essere ceduto senza macelli mediatici e con l’unico fine di tornare a casa (a 34 anni) andrebbe portato come esempio.
Così si fa, quando si sente che la propria esperienza di lavoro e di vita è giunta al termine: si chiede di essere ceduti. Senza montare casini, senza pennivendoli usati all’uopo, senza post fiammeggianti sui social. A bocce ferme, coi campionati fermi, quando non si possono creare problemi.

No, non ci fai una cortesia ad andartene. Non sarà facile trovare uno come te, in campo e fuori.
Ma certi cafoni che farebbero bene a parlare il meno possibile, certi pezzenti sagliuti con una concezione di sé superiore alla decenza, non lo capiranno mai.

Buona ciorta, Raul.

Mai più la 10 a qualcuno

James_Rodriguez

Non ha ancora la sacra maglia addosso.
Non è nemmeno ufficiale.
Eppure i papponcini già stanno infestando l’aria con la più idiota delle domande:
“Gli dareste la 10?”.

A questi esemplari belanti, a questi vespasiani ambulanti, a queste capre bipedi vogliamo ricordare una banalità: la 10 non si darà a nessuno.
N-E-S-S-U-N-O.

Ci hanno costretto a usarla negli anni della C.
Fino a che sarà possibile scegliere i numeri di maglia, la 10 non dovrà più essere assegnata.

Mai più.

Colombia partenopea

Gonzalo_Martinez

Gira questa voce, da giorni.
James Rodriguez al Napoli.
E’ possibile? Pare di si.
E’ probabile? Pare di no.
Staremo a vedere.

Napoli è una città sudamericana fuori dal Sudamerica.
Questo narra la leggenda, questo dice la storia.
Città ideale soprattutto per gli argentini, ma anche per brasiliani come Antonio de Oliveira Filho, Ricardo Rogério de Brito o Luís Vinícius de Menezes – che a Napoli ci vive ancora.

E i colombiani? Si, anche loro si sono trovati bene a Napoli. Almeno stando a sentire i loro racconti di quando giocavano al San Paolo.
Il primo fu Freddy Eusebio Rincon, 27 partite e 7 gol in un solo anno, prima di andare a vincere una Coppa Campioni a Madrid, sponda merengues.
L’ultimo colombiano in maglia azzurra, escludendo il portiere David Ospina, è stato Camilo Zuniga, che oggi se la spassa sulle spiagge di mezzo mondo in compagnia di donne sempre molto procaci.
Uno da cui ci si aspettava molto era Pablo Armero, soprannominato da molti “30 sul campo”, anche se il riferimento non era agli scudetti che la Juventus festeggiava in barba alle sentenze…
Uno che aveva forse bisogno di qualche chance in più era Duvan Zapata, reduce da una grande stagione con l’Atalanta e da buone annate con Samp e Udinese.

Ma nel mio cuore c’è un altro colombiano. Visto e vissuto negli anni più belli: quelli tra l’adolescenza e l’età adulta.
Purtroppo per me, sono stati gli anni peggiori del Napoli Calcio, conclusi infatti col fallimento.
Era un laterale (perché non si è mai capito se fosse terzino, ala o guardalinee). Macinava chilometri sulla fascia, spesso dimenticando il pallone dietro di sé.
Aveva un piede morbido, morbidissimo, praticamente un mattone.
In 32 presenze in maglia azzurra non ha mai segnato un gol e forse avrà ingarrato tre cross a voler essere gentili.
I suoi strappi incendiavano il San Paolo in anni talmente bui che, quando c’era una punizione dal limite, si invocava il nome di Gianluca Luppi, non certo Cruz, Mihailovic o Pirlo.

Questo colombiano si chiamava, e si chiama tuttora, Gonzalo Martinez, ‘O Nirone. Quando penso ad un giocatore colombiano in camiseta azul, il primo pensiero va a lui.
Anche per questo, James, vedi di muoverti.
Jamme bell.

Ricordi di calciomercato

Schwoch

Arriva. Vedrai che arriva. Magari arriva.
Se arriva sarà scudetto. O almeno saremo competitivi.
Se arriva riempiamo il San Paolo. Le altre squadre verranno al Tempio e poseranno i punti.

Il calciomercato è così. Sogni che meritano di essere sognati, indipendentemente dal fatto che saranno o meno realizzati. Giornate sotto l’ombrellone e serate a farsi una birra con gli amici, a immaginare giocatori con addosso la sacra casacca azzurra. Sperando che la lascino azzurra, senza innesti strisciati, colorati, graffiati e vomitati…

Eppure ci fu un’estate in cui il mio sogno di tifoso non riguardava l’arrivo di un nuovo fuoriclasse, di un vate del campo. Il mio sogno era legato alla permanenza di un calciatore. Uno che radiomercato dava sicuro in partenza, ma io non volevo rassegnarmi.

Lo avevo amato, quel calciatore. Visceralmente amato, nei 18 mesi passati all’ombra del Vesuvio. E, come me, lo avevano amato in tanti, tantissimi. Non tanto per quello che aveva fatto, che era comunque tantissimo, ma soprattutto per quello che era stato: un capellone con la fascetta nei capelli, lo scatto fulmineo, la palla incollata al piede, un senso del gol fuori dal comune.
E quei secondi, quei minuti interi trascorsi a prendere calci vicino alla bandierina del corner, quando il risultato era uno striminzito vantaggio e il cornuto col fischietto ancora non ne voleva sapere si soffiare il triplice fischio.

Passai quell’estate andando ogni mattina a spulciare le edicole che incontravo nel tragitto fino agli scogli puteolani. Una per una, me le facevo tutte. Perché magari la prima esponeva il CorSport, mentre per leggere la prima pagina della Gazzetta dovevo raggiungere la seconda e per vedere quella del Mattino o del Roma doveva incrociare la terza.

Se nessun titolo riportava notizia della cessione, allora la mattinata cominciava bene e i tuffi a piett ‘e palummo venivano certamente meglio del solito.

Poi una mattina arrivò la doccia gelata. Non gli era stato rinnovato il contratto. Avrebbe indossato un’altra gloriosa casacca, di colore granata. E sarebbe restato in serie B. Il mio Napoli, neopromosso in serie A soprattutto grazie a quel bolzanino che a Napoli non ci voleva proprio venire e poi a Napoli ha fatto addirittura nascere suo figlio (il 30 ottobre, il nostro Natale…), aveva deciso di fare a meno dei suoi gol. E delle sue giocate. E di quei calci presi vicino alla bandierina, durante il recupero.
Quella mattina, lo ricordo come se fosse oggi, raggiunsi i compagni a mare col cuore amareggiato.
Pure il cielo, quella mattina, fu d’accordo con me. Perché chiamò le nuvole e le sistemò proprio sopra il golfo più bello del mondo.
E fece venire a piovere.